Una cultura da cambiare
30-05-08
Provate mai a immaginare questo nostro pianeta come un essere in grado di dialogare con noi? Io ogni tanto ci provo, con risultati devastanti. Perché un conto è metaforizzare i cataclismi che sono davanti agli occhi di tutti noi come "risposte" della Terra ai comportamenti dell'uomo; risposte allarmanti, ma quanto meno energetiche. Ma d’altro canto, invece, io non riesco a non pensarla esausta, indebolita, con una voce stanca e affranta, a chiedere una tregua.
Si è molto parlato dell'ambientalismo del fare. Io, a titolo di completezza, sarei per specificare "del far bene", perché il fare, in sé, non mi pare un valore.
Se invece si mettesse in campo un pizzico di saggezza, si potrebbe intraprendere la strada dell'economia del "non fare". Perché a volte è lì la chiave della ricchezza. Raffinerie, treni ad alta velocità e cementifici nelle vigne, sono ferite aperte nel cuore di territori che, in salute e bellezza, stanno producendo economia. Perché non lasciarli continuare? Bisogna stare attenti, perché la cultura del fare, se non ha filtri, diventa la cultura del rifare, del disfare, del fare troppo per poi sfasciare, tutto a nome della libertà, del progresso, del benessere.
L'economia del "non fare", invece, ha le sue radici nella cultura dell'osservare. E del chiedersi: che bisogno ce n'è? L'economia del "non fare" ha uno sguardo lungo, non ragiona in termini di ritorni immediati: ha i tempi della natura, non quelli della finanza. Investe a lunghissimo termine e ha straordinari ritorni, perché è un'economia che si occupa di culture, di identità, di territori, di origine, di storia e di storie; si occupa di paesaggio, di turismo, di conoscenza, di salute e di bellezza; si occupa di vigne, di imprenditoria, di mercato, di relazioni, di comunità, di coerenza. Quando parliamo d’economia del non fare stiamo parlando, semplicemente, di economia della cura. E la cura è una cosa seria, complessa e delicata. Che richiede sensibilità, competenza e dedizione. Perché non si può, mai, curare solo una parte.
Ecco cosa ci chiede la Terra con la sua voce stanca: che ci si prenda cura di lei. Ascoltiamola e prima o poi capiremo che la cura che serve a lei, è la stessa che serve a noi. Se non ci alleniamo in questo esercizio, gli unici messaggi che riusciremo a cogliere resteranno quelli delle catastrofi. E dopo ogni catastrofe i crocerossini del fare si rimettono all'opera, mentre i curatori del far bene vedono allontanarsi il traguardo del benessere.
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