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Ventricina News


Le lunghe strade del cibo

18-09-07


Logica e logistica

Nel mondo del cibo accadono cose surreali. Per esempio il fatto che i Paesi Bassi siano diventati i maggiori esportatori mondiali di arance, soltanto perché hanno sviluppato la logistica della loro distribuzione. Spulciando tra i dati forniti dal dipartimento dell’agricoltura Usa, si scopre che nel 2004 gli Stati Uniti hanno esportato 20 milioni di dollari di lattuga in Messico. Lo stesso anno, hanno importato 20 milioni di dollari di lattuga dal Messico. Secondo il sito della Bbc, alcuni pesci inglesi, una volta pescati, sono spediti in Cina per essere lavorati e confezionati e infine tornano in patria, per essere venduti nei supermercati.

Il sistema globale dell’alimentazione sembra avere perso completamente la bussola del buon senso. Molti dei viaggi che compie il nostro cibo sono inutili, generano emissioni inquinanti e dispendio energetico, intasano le reti di trasporto, incidono negativamente sul reddito dei contadini e inficiano la qualità alimentare. Non sto sostenendo che d’ora in poi il viaggio del cibo sia da considerarsi politicamente scorretto, ma c’è da pensare ai limiti che non si possono superare. C’è da fare un seria riflessione sulle food miles. E sarà necessario impegnarsi al massimo per una ri-localizzazione del cibo, per fare in modo che il cibo che può essere consumato localmente non parta per viaggi assurdi. Questo è un modo splendido di fare economia locale, un modo piuttosto semplice di promuovere il cibo buono dal punto di vista organolettico, pulito per l’ambiente e giusto socialmente. Dunque viva i mercati contadini e tutte le iniziative mirate a ridurre la filiera alimentare.

Non ha senso che nella piana di Albenga, zona della Liguria (Italia) rinomata per i suoi carciofi, avvenga ciò che mi ha raccontato un produttore: la domenica sera un camion ha ritirato i suoi carciofi per portarli a Milano, a oltre 200 chilometri di distanza. Il venerdì successivo ha scoperto che i suoi carciofi erano finiti nel supermercato che sta a 100 metri da casa sua. Verrebbe da proporre che le food miles comincino a essere segnalate in etichetta, perché non è più soltanto una questione di origine dei prodotti, ma anche del loro percorso. Anche i governi potrebbero iniziare a pensare a un sistema di tassazioni, incentivi e meccanismi regolatori.

Parlare di economia locale non significa proporre un modello autarchico o chiuso. Significa, in tema di cibo, pensare a razionalizzare in maniera sostenibile la produzione e il consumo, nel rispetto delle culture locali, della biodiversità e della salute pubblica. E anche del gusto, aggiungerei, visto che i cibi di stagione, freschi, appena colti o preparati da sapienti mani sono decisamente più gratificanti per il palato e per la nostra felicità.


 Carlo Petrini



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